lunedì 23 marzo 2009

Ada - figure

Come gli Ibeji qualche decennio fa e come i Venavi fino a pochissmo tempo fa, questa tipologia di oggetti sono tuttora considerati praticamente al di fuori dell'ambito "estetico" delle arti africane, perlomeno per quanto riguarda la loro "istituzionalizzazione" nei musei e nelle collezioni occidentali. Molto comuni nei villaggi della zona di confine tra Togo e Ghana, queste piccole statuette sono state attribuite prima ai Konkomba e ora più frequentemente agli Ada, o Adan; poche sono le referenze sui testi di arte o di antropologia ma è in corso di preparazione una esposizione, con relativa pubblicazione dedicata espressamente alla produzione della Volta Region (popolazioni Ada, Ewe-Anlo, Krobo e Ningo) ad opera del Centro di Archeologia Africana di Milano, che si spera contribuisca in modo significativo a rendere più chiare le cose.
Per ora i pochissimi testi che citano queste statuette ne danno notizie confuse e contraddittorie. La prima citazione è nel testo African sculpture di Ladislas Segy (1958) in cui due statuette di questo tipo sono date come provenienza "Region of Black Volta": il tipo con il volto a badile e senza un braccio (che io non posseggo) viene detto rappresentare uno spirito maligno, Ariza; mentre la tipologia con un braccio alzato a sorreggere un recipiente tenuto sopra la testa (tra le mie statuette è quella di colore rosso) viene detto rappresentare lo spirito delle acque, Arbor. Il catalogo delle collezioni dell'Afrika Museum di Berg en Dal, Forms of Wonderment, invece li attribuisce ai Konkomba, seguendo due articoli di antropologia tedesca (Froelich 1963a e Hanh 1991), ma non ne riesce a spiegare la funzione e il significato.
Sulla rivista tedesca di antropologia Tribus (Nr.18, Agosto 1969) Dzaghe Cudjoe nell'articolo "Ewe Sculpture in the Linden-Museum" ne descrive due esemplari (il primo dei quali del tipo a braccio alzato con il recipiente sulla testa e il secondo simile al secondo da sinistra nella foto che presento qui) chiamandoli "Aklama figures"; ricorda che la catalogazione originale del museo tedesco li descrive come "idoli familiari dall'area vicino Keta". Ricordiamo che Keta è un villaggio sulla costa marittima del Ghana molto vicino al confine con il Togo, a pochi chilometri da Lomé.
Non essendo apparsi in altri studi specializzati e non apparendo alle aste internazionali, che in un certo modo "istituzionalizzano" lo status di un oggetto, il fatto che oggi queste statuette siano pressoché univocamente appellate come Ada resta quindi un piccolo mistero.
Come molti oggetti analoghi - i già ricordati Venavi ad esempio - del resto la loro qualità media è piuttosto bassa e non è facile reperire pezzi antichi, anche perché sono scolpiti in legni molto leggeri e di poca longevità. L'interesse si trova nelle linee e nei volumi estremamente stilizzati e geometrici, nella policromia ottenuta con legni di diversa colorazione e con pigmenti vari, principalmente rosso, nero e bianco applicati a strisce e nella resa "piatta", quasi bidimensionale del corpo umano o animale.
I cinque esemplari che mostro in questa foto sono alti da 15 a 23 cm. e, a parte il secondo da sinistra che mostra qualche segno di vetustà, appaiono abbastanza recenti di produzione.
Bibliografia:
1) African sculpture
Ladislas Segy - Dover publications, New York, 1958
2) Forms of Wonderment. The History and collections of the Afrika Museum Berg en Dal. Vol.1
AA.VV. - Afrika Museum, Berg en Dal, 2002
3)Ewe Sculpture in the Linden-Museum
Dzaghe Cudjoe in Tribus - Veroffentlichungen des Linden-Museums; Nr.18, August 1969, Stuttgard, 1969

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