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mercoledì 24 giugno 2009

Camerun (Bangwa? Babanki? Bamun? Bamileke?) - flauto




Tra gli strumenti musicali finalizzati ad attività specifiche, in questo caso danze rituali ma anche in spedizioni di guerra o di caccia, spicca questa tipologia di flauto/fischietto delle popolazioni del Camerun. Esso veniva in genere utilizzato in gruppi di tre a riprodurre suoni fortemente ritmati.

Esposto nel modo che si vede nelle foto a lato, rappresenta una figura umana stilizzata, di cui si riconoscono evidentemente le due gambe, ma capovolto - come nella prima foto - rappresenta probabilmente una figura di bovino con le due corna.








Non è possibile definire con certezza la popolazione esatta che ha prodotto questo particolare esemplare ma si può ipotizzare con abbastanza certezza una provenienza dalla regione delle Grasslands e, quindi, forse dai Bangwa o Babanki o qualche altro sottogruppo del ceppo Bamileke o Bamun.
La patina indica una buona antichità ed un lungo uso. La base è stata costruita appositamente dal noto artigiano americano Amyas Naegele. Il pezzo proviene dalla galleria newyorkese di Michael Oliver ed è in seguito stato nella importante collezione di Jean e Noble Endicott. Io l'ho acquistato dalla galleria di Craig De Lora.

Bibliografia:

1) Africa. Arte delle forme.
Marc Ginzberg - Skira, Milano, 2000
2) Kunst in Camerun
Bernhard Gardi - Museum fur Wolkerkunde, Basel, 1994

lunedì 6 aprile 2009

Senufo (e popolazioni limitrofe) - pendenti in bronzo antropomorfi

Questi piccoli pendenti in bronzo provengono principalmente dai Senufo, nota popolazione che abita la zona tra Costa d'Avorio, Mali e Burkina Faso, ma anche - come è stato solo di recente scoperto - da numerose piccole etnie dell'area sudoccidentale del Burkina Faso (Turka, Guin, Tusyan e Karaboro), alcune imparentate con i Senufo stessi (come i Karaboro) e altre di ceppo voltaico.











Di piccole dimensioni, i cinque esemplari che presento in questa occasione variano da 2,5 cm a poco meno di 6 cm, questi oggetti venivano appesi al collo, al braccio o alla cintura con una cordicella di cuoio passante tra le braccia e il busto della figura rappresentata ed erano portati soprattutto da donne e bambini a scopo protettivo. Le figure raffigurate sono spiriti della brousse, geni della foresta da esorcizzare e/o di cui attattivarsi le simpatie.
I primi due dall'alto, di qualità superba, provengono dalla collezione americana di William Kohler e sono passati in asta da Christie's a New York il 20 novembre 1997.
Il terzo, dalle forme molto "ammorbidite" e rese lisce da lunghi anni di uso, proviene dalla collezione Endicott; anche questo, come tutti i precedenti, è di produzione Senufo ed è stato da me acquistato dalla galleria di Craig De Lora.
I due successivi, molto piccoli e sicuramente destinati a bambini, sono molto antichi, probabilmente del 19°secolo e anche questi vengono dalla galleria De Lora.
Quello successivo invece dovrebbe provenire dall'etnia Tusyan ed è stato acquisito dal collezionista ed esperto tedesco Wilfried Glar.
L'ultimo della serie è, forse, Guin e l'ho avuto dal collezionista ed esperto tedesco Klaus-Jochen Kruger.

Bibliografia:
oltre ai testi sugli oggetti in bronzo già segnalati si aggiunge in questo caso
1) Glanzend wie Gold
Till Forster - Museum fur Wolkerkunde, Berlin, 1987
2) Die Kunst der Senufo
Till Forster - Museum Rietberg, Zurich, 1988
3) Soothsayer bronzes of the Senufo
Eric de Kolb - Gallery d'Hautbarr, New York, 1968


domenica 29 marzo 2009

Kulango - pendente in bronzo da divinazione


I Kulango sono una piccola popolazione, imparentata etnicamente e linguisticamente con i Lobi e gli ancor meno numerosi Lorhon, che risiede nella zona nord della Costa d'Avorio, a sud dell'area abitata - appunto - dai Lobi e a sinistra dell'area in cui vivono gli Abron del Ghana (e in alcuni testi, vedi il Blandin, la loro produzione è apparentata, se non direttamente attribuita, per appunto agli Abron).
Tra gli oggetti di questo gruppo etnico - oggi più comunemente considerato a livello di testi di etnoantropologia come Kulango-Lorhon - quelli senza dubbio più più noti sono dei piccoli bronzetti, che raffigurano una figura antropomorfa stilizzata con il viso tipicamente triangolare, il busto inclinato e le gambe piegate al ginocchio, i piedi raffigurati con superfici piatte verticali.
Come in molti altri oggetti analoghi della stessa area geografica, il loro scopo è principalmente legato alla protezione personale di chi porta addosso l' "amuleto" contro le negatività e la sfortuna e, soprattutto, sono utilizzati in occasione dei rituali divinatori.
Questo straordinario esemplare, molto vecchio, eroso e patinato, dalla faccia da insetto mostruoso, proviene dalla collezione di Jean e Noble Endicott e io l'ho acquistato dalla galleria di Craig De Lora (NJ). E' alto appena 3,5 cm. ma la sua "presenza" lo fa apparire in foto molto più grosso, anche se manca in questo caso la superfice triangolare piatta che normalmente identifica i piedi di queste figure.


Bibliografia:
1) Erde und Erz. 2500 Jahre Afrikanische Kunst aus Terracotta und Metall
Karl-Ferdinand Schaedler - Panterra Verlag, Munchen, 1997
2) Bronzes et autres alliages. Afrique de l'Ouest
Andre Blandin - Marignane (FR), 1988
3) Die materialisierte Kultur der Ethnien der Volta-Region
Wilfried Glar - Glar, Bedburg (DE), 2006
4) Cire-perdue. Geheimnis und Faszination des westafrikanischen Gelbgusses
Johannes Glaser - Glaser, (DE), 2005

lunedì 23 marzo 2009

Songye - figura "di potere" miniatura







Il terzo oggetto della tipologia "feticcio" che presento è anche quello più qualitativamente significativo, nonostante le sue microscopiche dimensioni, appena 12 cm di altezza; infatti l'abilità dello scultore è riuscita a rendere in una miniatura tutta la "presenza" e la monumentalità di una statua molto più grossa e, solo a guardare le foto, sarebbe impossibile dire a prima vista le reali dimensioni di questo formidabile pezzo.
Seguendo la individuazione dei centri di stile delle sotto-etnie Songye proposta dal Neyt nella sua recente opera, ormai punto assoluto di riferimento per l'indagine estetica sulla produzione di questa popolazione, le caratteristiche morfologiche e stilistiche di questa statuetta permettono di attribuirla a un importante atelier della "prima tradizione occidentale" (regione dei Belande).

Anche questo acquistato dalla galleria Craig De Lora Tribal arts, proviene da una delle più importanti collezioni americane degli ultimi decenni, quella di William Brill ed è stato recentemente esitato all'asta Sotheby's di New York del 17 novembre 2006 (lotto 117b).

Bibliografia sulle miniature:
1) Sculptures miniatures de l'Afrique Noire. Collection Rees Diepen
François Neyt - Uitgave Rees Diepen, Tilburg, 1990
2) Miniature Wood Carvings of Africa
William Fagg - New York Graphic Society, Adams and Dart, New York, 1970

Songye - figura "di potere"


Questo altro piccolo feticcio, alto 18 cm, è più grezzo rispetto al precedente e il venditore da cui l'ho acquistato, il gallerista americano Craig De Lora, ipotizza che potesse essere una figura "accessoria" appesa ad una statua di più grandi dimensioni. Comunque la tipologia del volto è senza dubbio Songye e assomiglia molto - anche se ad un livello qualitativo molto più basso - ad un analogo oggetto recentemente battuto in asta a Parigi (Sotheby's, 23 giugno 2006, Dintenfass collection, lot, 43). La patina, sviluppata sul legno rossastro, è abbastanza buona e l'oggetto, pur non essendo certo un capolavoro del genere, è abbastanza soddisfacente. prima di De Lora, proviene dalla galleria americana di Charles Jones.




Bamana - serratura antropo-zoomorfa


Tra le popolazioni dell'ex Western Sudan, oggi diviso tra Mali, Costa d'Avorio e Burkina Faso, particolare interesse suscitano le serrature scolpite in legno, utilizzate per chiudere le porte o le finestre di granai o di abitazioni. Le più famose sono quelle dei Dogon e dei Bamana (anche appellati Bambara sui vecchi testi): rappresentano figure antropomorfe o zoomorfe con significati simbolici che esulano dalla semplice "cultura materiale" per arrivare in alcuni casi alla vera e propria arte. Questo bell'esempio è dei Bamana e rappresenta una figura umana molto stilizzata, dotata solo degli arti inferiori in quanto gli arti superiori sono simboleggiati dal chiavistello qui mancante, con la testa caratterizzata dalle orecchie da animale, forse una iena.

L'oggetto si presenta dotato di una patina molto buona, segno di evidente età, e la costruzione della base rivela una origine francese. E' alto 43 cm., base compresa. Io l'ho acquistato dalla galleria statunitense di Craig De Lora e, in precedenza, apparteneva alla collezione Endicott. La sua qualità mi sembra complessivamente molto buona.

Bibliografia:
1) Bamana. The art of existence in Mali
Jean-Paul Colleyn - Museum for African art, New York- Museum Rietberg, Zurich - Snoek-Ducaju & Zoon, Gent; 2001
2) Bamanaya. Un'arte di vivere in Mali
Jean-Paul Colleyn - Catherine De Clippel - Centro Studi Archeologia Africana, Milano, 1998

Questa serratura appartiene ora alla collezione del Museo d'Arte Cinese ed Etnografico di Parma.

giovedì 19 marzo 2009

Mambila - figura di protezione







L'arte che proviene dall'area stilistica situata al confine tra la Nigeria nord orientale e il cameroon nord occidentale vede oggetti, maschere e soprattutto statue, particolarmente potenti nelle risoluzioni volumetriche a volte comparabili con il cubismo e altre volte con l'espressionismo più spinto, anche se è ovvio che queste categorie pensate per l'arte europea siano del tutto insufficienti e comunque inadeguate per descrivere l'alterità di questa produzione artistica. Una delle etnie più conosciute di questa zona sono i Mambila (o Mambilla), famosi soprattutto per le caratteristiche maschere zoomorfe che riproducono, con fattezze in verità assai simili, il corvo e il cane, e per le figure antropormorfe di antenati molto stilizzate, realizzate in legno pieno ma anche nel più tenero midollo.
L'oggetto qui presentato ha l'aspetto di una delle maschere suddette, per la precisione quella con la testa di corvo (il cane ha i denti...), ma non è una vera e propria maschera e le sue dimensioni, meno di 12 cm di lunghezza, lo proclamano chiaramente. Si tratta invece della parte terminale in legno di un oggetto "serpente" utilizzato come strumento di protezione contro attacchi soprannaturali, la cui coda - qui ridotta a pochi centimetri - era composta di un tubo di tessuto imbottito probabilmente da sostanze "magiche".
La colorazione, in pigmenti naturali, riprende il classico cromatismo degli oggetti Mambila: rosso e nero, in questo caso, a cui potrebbe aggiungersi anche il bianco, qui non presente.
Di un pezzo simile della collezione Hecht questo scrivevano nel 2002 su African Arts Roy Sieber e Barry Hecht: "[...] questa scultura potrebbe essere la 'testa' di una figura di protezione. La estesa struttura tubulare sul retro potrebbe essere stata connessa a un lungo tubo di fibre, come illustrato da Nancy Schwartz nel suo catalogo della collezione di Gilbert Schneider di arte Mambila (1972: 31). Queste figure con il loro corpo di stoffa a forma di serpente sono strumenti di protezione e si trovano nell'edificio, che è eretto su pali, adibito a locale di immagazzinamento degli oggetti rituali. Sospeso con cordicelle, lo sventolavano nell'aria. Come la maggior parte dell'arte Mambila è dipinto con i colori rosso, bianco e nero."
L'oggetto attualmente nella mia collezione è stato venduto nei primi anni '90 dal gallerista newyorkese Sulaiman Diane alla Collezione Jean and Noble Endicott e, in seguito, è approdato alla galleria di Craig De Lora (New Jersey) da cui l'ho recentemente acquistato io.
Bibliografia:
1) African art in the Mambila collection of Gilbert D. Schneider
Gilbert D. Schneider - James Yingpeh Tong (photos) - Publ. James Yingpeh Tong, Athens (USA), 1967
2) Mambilla. Art and material culture
Nancy Beth A. Schwartz - Milwaukee public museum / Publications in Primitive art, Milwaukee (USA), 1972
3) Art of Cameroon
Paul Gebauer - Portland art Museum, Portland (USA), 1979
4) Expressions of Cameroon art. The Franklin Collection.
Tamara Northern - Rembrandt press, Los Angeles - Baltimore - Hanover (USA), 1986
5) Eastern Nigerian art from the Toby and Barry Hecht collection
Roy Sieber, Barry Hecht - in African Arts, Spring 2002, UCLA
6) Mambila Figurines and Masquerades: problems of Interpretations
David Zeitlyn - in African Arts, Autumn 1994, UCLA
7) L'age, le pouvoir et la retorique. Le cas des Mambila au Cameroun
David Zeitlyn - in Peuples et cultures de l'Adamaoua (Cameroun), Paris, ORSTOM, 1993
8) Mambila Avatars and the Ancestor Cult: Problems of History and Interpretations
David Zeitlyn - e-book (http://www.era.anthropology.ac.uk/Era_Resources/Era/Ancestors/dzanc.html), University of Kent, 2001/2007
9) Tribal Studies in Northern Nigeria. Vol. 1
Charles K. Meek - London, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co.Ltd., 1931

sabato 21 febbraio 2009

Pende o Lele - tappi con figure







Questi oggetti sono abbastanza rari, per quanto ne so, e anche sulle pubblicazioni specializzate, perlomeno quelle in mio possesso, non ho trovato referenze significative a riguardo.
La tipologia di oggetto è ben nota: tappi di legno duro che terminano con una rappresentazione antropomorfa, in questo caso solo la testa, e che erano destinati a chiudere contenitori, in questo caso - a giudicare dalla lunghezza dello stelo e dalla patina d'uso - è probabile fossero giare allungate contenenti olio di palma o una materia grassa simile. L'inusuale deriva dalla provenienza etnica: infatti questi oggetti non sono stati prodotti nell'East Africa, come per la maggior parte dei casi di questo genere, ma nel centro della regione congolese del Kasai, probabilmente dalla popolazione Pende o da quella Lele (detta anche Leele). Facevano parte di un gruppo di 5 simili, tutti provenienti dalla galleria newyorkese di Michael Oliver, mentre un altro esemplare dello stesso tipo e provenienza si poteva vedere fino a poco tempo fa nel catalogo di un'altra galleria americana, Leslie Sacks, di Los Angeles.
Il più piccolo dei miei due, acquistati dalla galleria di Craig De Lora, misura 20 cm. mentre il più lungo 27 cm. Sono oggettini interessanti, dotati di una buona patina; la prima volta che li ho visti, in foto e non conoscendone né dimensioni né funzione, li ho "interpretati" come staffe alte più di un metro... Ma questa è una delle caratteristiche più note, e peculiari, di un certo tipo di "arte africana", che riesce a sviluppare un senso di monumentalità in chi la guarda anche a partire da pezzi di piccola dimensione.

Zaramo - Mwana Hiti "dolls"





In Africa esistono molte etnie che, tra le manifestazioni tradizionali di produzione di oggetti che noi occidentali chiamiamo "arte africana", annoverano statuette comunemente chiamate "bambole", principalmente perché la loro fruizione è indirizzata in primo luogo alle bambine o alle ragazze di sesso femminile.


Come sempre però accade, in Africa, questo tipo di oggetti non sono mai "fini a se stessi" e non sono certo unicamente adibiti a scopi ludici o, come anche in Occidente, solo a scopi sociali, di trasmissione di una identità di ruoli sessuali all'interno della cultura di appartenenza, bensì hanno sempre anche ruoli simbolico-magici. Nella fattispecie, le "dolls" africane hanno spesso, quasi sempre, la funzione di favorire e incentivare la fertilità femminile, soprattutto nei casi in cui questa si faccia attendere anche dopo il matrimonio. Tre sono le tipologie più note di "bamboline": le Akuaba ghanesi degli Akan e dei Fante, le bambole Mossi del Burkina Faso e, appunto, queste "dolls" Zaramo della Tanzania che presentiamo in questa scheda. Come del resto anche le altre tipologie citate, anche queste Zaramo "dolls" si caratterizzano per una accentuata stilizzazione dell'immagine femminile, che al contempo richiama per la verticalità e le forme anche un'immagine fallica, costituita da un semplice tronco conico sormontato da una caratteristica cresta-capigliatura bilobata. Vera e propria sintesi di femminile e di maschile, le bambole Zaramo appartengono all'iconografia più conosciuta delle arti africane e sono tra le tipologie più note delle etnie dell'Est Africa, area valorizzata solo in epoca relativamente recente in ambito collezionistico e storico-artistico.



Questi due esemplari sono di ottima qualità, nel loro specifico ambito, e possono vantare un pedigree più che buono.


La prima, alta 20 cm., proviene dalla galleria di Craig De Lora (USA) e prima ancora dalla Jean and Noble Endicott collection; è stata pubblicata nel volume To cure and protect: sickness and health in African art di Frank Herreman (The Museum for African Art, New York, 1999) a pagina 48.


La seconda, alta solo 10 cm., viene da un'altra prestigiosa collezione statunitense, quella di John e Nicole Dintenfass di NYC, ed è impreziosita da una minutissima collanina di beads rosa, quasi microscopiche; come la prima, anche questa è stata acquistata via web da Craig De Lora tribal arts (NJ - USA).

Bibliografia

sulle "dolls":

1) Isn't s/he a doll? Play and ritual in african sculpture

Elisabeth L. Cameron, Doran Ross - UCLA, Los Angeles, 1996

2) African dolls for play and magic

Esther A. Dagan - Galerie Amrad African Arts, Montreal, 1990

3) Ritual oder Spiel? Puppen aus Afrika und Ägypten

AA. VV. - Exh. cat. Berlin- München, 2004

sugli Zaramo:

1) Mwana Hiti. Life and art of the matrilinear Bantu of Tanzania

Marc L. Felix - Fred Jahn, München, 1990

2) Tanzania

Marc L. Felix, Maria Kecskési - Kunstbau Lenbachhouse, München, 1994

3) Ostafrikanische Plastik

Kurt Krieger - SMPK, Berlin, 1990

4) Masks and Figures from Eastern and Southern Africa

Ladislav Holy - Paul Hamlyn, London, 1967

5) Glaube Kult und Geisterwelt

Ralf Schulte - Bahrenberg - Edition Phaistos, Steinheim, 2007

martedì 17 febbraio 2009

Lobi - figure "Bateba"
















I Lobi, che sono una popolazione che vive in una zona al confine di tre stati westafricani (principalmente il Burkina Faso e anche in Ghana e in costa d'Avorio), sono una delle "tribù" che più a lungo hanno resistito alla colonizzazione degli europei, soprattutto a quella culturale, e fino a poche generazioni fa (forse fino ad oggi) hanno mantenuto vive le vecchie credenze e tradizioni, sfuggendo alla conversione alle religioni monoteistiche. Nonostante questo loro status di popolazione "selvaggia", hanno paradossalmente anche la palma di popolazione tra le meglio studiate etnograficamente e, dal primo saggio di Labouret del 1935 in poi, sono veramente tante le pubblicazioni specializzate ad essi espressamente dedicate. Inoltre, in un contesto contemporaneo in cui - come si sa ormai fin troppo bene - quasi tutte le manifestazioni tradizionali che noi occidentali abbiamo chiamato "arti africane" si sono estinte o sono radicalmente mutate, nella odierna cultura Lobi sono rintracciabili ancora momenti rituali tradizionali immutati e la produzione di oggetti di culto che possono essere considerati "autentici". Pertanto la equazione, quasi sempre valida, tra antichità del pezzo e sua autenticità in questo particolare e raro caso non è condizione del tutto vincolante. Se aggiungiamo a questo anche il fatto che gli scultori Lobi non sempre sono degli specialisti del settore ma il più delle volte sono semplici abitanti dei villaggi alla ricerca di oracoli divinatori o di protezione contro le forze invisibili e ostili degli spiriti che in prima persona, dietro le indicazioni dei medicine men, scolpiscono gli oggetti degli altari da venerazione personali, allora comprendiamo bene come la produzione di questa etnia sia non solo molto copiosa ma anche molto diseguale nei diversi livelli qualitativi; insieme a (pochi) pezzi antichi e dotati - nei migliori dei casi - di una forza plastica ieratica degna delle migliori statue Dogon, si trovano innumerevoli sculture di livello medio e medio-basso, rozze nell'intaglio e "appannate" nella concezione generale, spesso di produzione molto recente. E, naturalmente, oltre a queste anche molte sculture che rientrano decisamente più nel semplice artigianato che nel novero delle manifestazioni estetiche.
Per tutti questi motivi, soprattutto la facile reperibilità anche in epoca contemporanea e le valenze artistiche a volte modeste, la scultura Lobi - se paragonata a quella di etnie più considerate - è ancora abbstanza "economica" sul piano collezionistico e anche i maggiori capolavori non superano quotazioni che sono inferiori di molti ordini di grandezza rispetto a quelli dei Fang o dei Dogon, tanto per fare due nomi... La piccola statuaria poi, che ancora oggi fuoriesce dai villaggi Lobi con una certa regolarità, ha prezzi decisamente accessibili in relazione al livello di qualità intrinseco dei pezzi stessi.
I più comuni esempi di figure scolpite dei Lobi sono i cosiddetti Bateba (o Buthiba), statuette di media dimensione che, nelle loro diverse tipologie, rappresentano i Thila (sing. Thil), una sorta di incarnazione animista di entità spirituali della natura.
Tra la numerosa bibliografia che riportiamo in calce, i testi di riferimento (Meyer 1981 e Bognolo 2007) concordano sostanzialmente, anche se con una terminologia leggermente diversa, nell'individuare tre categorie di sculture antropomorfe: le grandi figure di antenati, le immagini dei Thila di media dimensione e le piccole statuette utilizzate per la divinazione; se solitamente le prime due tipologie hanno patine "secche" o crostose sacrificali, le figurine da divinazione hanno una patina d'uso dovuta alle ripetute manipolazioni.
Questi primi due pezzi che presento sono Bateba phuwe, secondo la terminologia di Meyer, e cioè Bateba "ordinari", che proteggono dalla stregoneria i titolari degli altari dove sono custoditi con un atteggiamento statico e minaccioso, pronto alla reazione.
La prima statua, alta 23 cm., è nel classico Kampti style, anche detto Tinkhiero, presenta la tipica postura ieratica marziale fissa e rigida, con lo sguardo fisso "nell'invisibile" e le labbra a piattello. Proviene dalla collezione americana di Noble and Jean Endicott e io l'ho acquistato da Craig De Lora (NJ - USA); probabilmente risale a 40/50 anni fa.
La seconda statua, 26 cm., è connotata invece dalla bella patina sacrificale crostosa e dal ritmo generato dall'alternanza di forme triangolari e rettangolari, con una buona armonia di volumi. Viene dalla collezione tedesca di Thomas Waigel ed è forse risalente alla prima metà del novecento.
Bibliografia:

1) Kunst und Religion der Lobi
Piet Meyer - exh. cat. Rietberg Museum, Zurich, 1981
2) Lobi
Daniela Bognolo - 5 Continents "Visions of Africa", Milano, 2007
3) Images d'Afrique et Sciences sociales. Les pays lobi, birifor et dagara.
Michèle Fiéloux, Jacques Lombard avec Jeanne-Marie Kambou-Ferrand (sous la direction de) - Karthala-Orstom, Paris, 1993
4) Negro Sahara
Arnold Heim - Verlag Hans Huber, Bern, 1934
5) Sculptures des Trois Volta
Gabriel Massa, Jean-Claude Lauret - Sepia, Paris, 2001
6) Lobi. Chez les devins du pays lobi. L'art de découvrir les choses cachées.
Burkhard Gottschalk - Verlag U. Gottschalk "Africa incognita", Düsseldorf, 1999
7)Handwerk und materialisierte Kultur der Lobi in Burkina Faso
Klaus Schneider - Franz Steiner Verlag, Stuttgard, 1990
8) Lobi Skulpturen aus der Kollektion Katsouros
Floros und Sigrid Katsouros - Ethnographica, Hannover, 2002
9) Anonyme Schnitzer der Lobi
Floros und Sigrid Katsouros, Stephan und Petra Herkenhoff - Ethnographica, Hannover, 2006
10) Die Lobi Sammlung Peter Loebarth
Floros Katsouros - Ethnographica, Hannover, 2007
11) Skulpturen der Lobi
Franz Armin Morat, Bernhard Strauss - Morat-Instituts, Graz, 2000
12) La tribu Lobi
Jean-Camille Haumant - Presses Universitaires de France, Paris, 1929
13) Art africain et esthetique occidentale. La statuaire lobi e dagara au Burkina Faso.
Roger Somé - L'Harmattan, Paris, 1998
14) Scultura africana. Omaggio a André Malraux.
Jacques Kerchache - De Luca editore / Arnoldo Mondadori editore, Roma-Milano, 1986
15) Art of Upper Volta from the Collection of Maurice Bonnefoy
Donald B. Goodall - The University of Texas, Austin, 1976
16) Traditional sculpture from Upper Volta
Norman Skougstad - The African - American Institute, New York, 1978
17) Lobi sculpture
Irwin Hersey - Craft Caravan gallery exh. - New York, 1980
18) Magie Lobi
Julien Bosc, Max Itzikovitz - Galerie Flak exh., Paris, 2004
19) Land of the Flying masks. Art and Culture in Burkina Faso. The Thomas G.B. Wheelock Collection
Christopher D. Roy, Thomas G. B. Wheelock - Prestel, Münich-Berlin-London-New York, 2007
20) Art of the Upper Volta rivers
Christopher D. Roy - Chaffin, Paris, 1987
21) Lobi
Bruno Frey, François Warin - Exhb. cat., Centre Culturel de Rencontre Chateau du Grand Jardin, Joinville, 2007

Fra i tanti articoli pubblicati su riviste specializzate o in opere composite segnaliamo almeno:

1) 'Le jeu des "fetiches". Signification, usage et rôle des "fetiches" des populations lobi du Burkina Faso' in Arts d'Afrique noire 75 e 76, 1990
Daniela Bognolo
2) 'La représentation de l'invisible au Burkina Faso' in Arts d'Afrique , C. Falgayrettes-Leveau (ed.) exh. cat. Musée Dapper, Paris, 2000
Daniela Bognolo
3) 'La statuaire Lobi et celle des peuples apparentés' in Tribal arts, 1, 1994
Claude Henri Pirat
Importante referenza tra i cataloghi d'asta è
African art from the collection of Rene and Mercedes Lavigne - Christie's, London, 24 march 1988

Per quanto riguarda i bronzi rimandiamo ad una bibliografia specifica.

Tra le opere che non sono in nostro possesso segnaliamo due fondamentali referenze etnografiche:

1) Les Tribus du rameau lobi
Henri Labouret - Institute d'Ethnologie, Paris, 1931
2) Les Lobi, tradition et changement
Madeleine Père - Siloe, 1988 (2 vol.)

un volume sull'arte

1) L'art traditionelle Lobi / Lobi traditional art
Giovanni Franco Scanzi, Milano, 1993
e tre importanti cataloghi di gallerie antiquarie:
1) Les Lobi
Jean-Dominique Rey - exh. cat. Galerie Kerchache, Paris, Maggio 1974
2) Haute-Volta
Henri Kamer - De Rache, Bruxelles, 1973
3) Thila
Bernard Dulon - exh. cat. 2004

martedì 10 febbraio 2009

Yaka pettine






A nord e a ovest dei Suku, sempre nella zona sudoccidentale della RDC, vivono gli Yaka. Come i primi citati, anche questa ultima popolazione utilizza grandi maschere - casco e sculture di potere, un tempo impropriamente dette feticci, a scopo rituale e protettivo. Oltre a questa produzione "maggiore" sono abbastanza frequenti oggetti utilitaristici caricati di "presenza" estetica e tra questi ultimi spiccano proprio i pettini.
D'altronde quella area è forse, insieme a quella ghanese degli Akan, quella considerata di maggior pregio per questo tipo di oggetti, basti pensare ai pettini dei Chokwe e popolazioni connesse e limitrofe.
Questo piccolo pettine, alto 14, 5 cm., proviene dalla prestigiosa collezione americana di Ernst Anspach - di cui porta ancora un numero di inventario (1417) ed è un esempio particolarmente tipico della produzione Yaka, oltre che essere un oggettino suggestivo e deliziosamente raffinato. Probabilmente risale alla fine del 19° secolo o ai primi decenni del 20°, è di legno molto duro ed è dotato di una patina rossiccia oleosa. Io l'ho avuto dalla galleria di Craig De Lora solo qualche mese fa.

Suku - Holo pettine con figura




Per lungo tempo tra gli appassionati di arti extraeuropee c'è stato dibattito su cosa dovesse e potesse essere definito "arte", tenendo sempre in mente naturalmente che la categoria estetica occidentale è solo applicata ermeneuticamente e, per così dire, posticciamente ad una "essenza" che ha caratteristiche alquanto differenti, e cosa invece fosse da considerare solo "testimonianza" etnografica. Senza entrare più approfonditamente nel merito, anche perché il problema è particolarmente complesso e forse ancora insoluto, dirò qui che per lungo tempo c'è stata una distinzione abbastanza netta, anche in termini economici e collezionistici, tra maschere e statue rituali, considerati oggetti artistici, e oggetti "d'uso", come appoggiatesta, pettini, serrature e altro ancora, che venivano trattati un po' come la serie B (o meno ancora...)
Però negli ultimi anni, e in modo particolare dopo l'uscita nel 2000 del volume di Marc Ginzberg Africa. Arte delle forme, c'è stata una indubbia rivalutazione delle "forme" del quotidiano, effettivamente spessissimo nelle arti africane caricati di evidenti valenze estetiche, anche se a volte si ha un po' la sensazione che in termini di fruizione si sia voluto forse spostare la focalizzazione dal concetto di "arte" a quello di "design".
Poi c'è la via di mezzo, come ebbe occasione di ribadire recentemente in una conferenza pubblica il grande "vecchio" della critica d'arte africana italiana, Ezio Bassani: oggetti d'uso ma con particolari plastici antropomorfi o zoomorfi, considerati forse non della stessa importanza delle figure "di potere" ma quasi.
L'oggetto che presento in questa scheda appartiene a questa schiera ed è una della acquisizioni più recenti della mia collezione. Si tratta di un pettine, dotato di una ottima patina d'uso e dovuta all'età, scolpito in zona Repubblica Democratica del Congo (Congo Kinshasa) sud-ovest al confine con l'Angola dalla popolazione Suku o da quella Holo (in quella area i tratti stilistici si sovrappongono, i villaggi delle due popolazioni sono interpolati e non è di fatto possibile fare sempre una precisa attribuzione etnica.)
Ne sono molto orgoglioso - oltre che piacermi molto per la sua indubbia qualità e per la sua carica estetica - perché proviene da quella che è stata forse la più importante collezione degli ultimi decenni per quanto riguarda i pettini, la William W. Brill collection, esitata in asta a New York il 17 novembre 2006 da Sotheby's (il mio oggetto era il numero 155b, pubblicato a pagina 161 del catalogo). Io l'ho avuto da una piccola e vitale galleria americana, Craig De Lora Tribal arts del New Jersey, da cui ho acquistato numerosi piccoli oggetti nel corso di questi ultimi anni, sempre per corrispondenza telematica supportata da pronte e veloci spedizioni intercontinentali e dal dollaro basso di questi ultimi anni...
E' alto 21 cm. ed è presente nell'archivio dell'Università di Yale di Guy van Rjin al numero 0075000-01.
Bibliografia:
1) Art of the Yaka and Suku
Arthur P. Bourgeois - Chaffin, Meudon, 1984
2) The arts of Zaire. Volume 1 - Southwestern Zaire
Daniel Biebuyck - University of California Press, Berkeley and Los Angeles, 1985
3) Africa. Arte delle forme
Marc Ginzberg - Skira, Ginevra - Milano, 2000