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mercoledì 24 giugno 2009

Camerun (Bangwa? Babanki? Bamun? Bamileke?) - flauto




Tra gli strumenti musicali finalizzati ad attività specifiche, in questo caso danze rituali ma anche in spedizioni di guerra o di caccia, spicca questa tipologia di flauto/fischietto delle popolazioni del Camerun. Esso veniva in genere utilizzato in gruppi di tre a riprodurre suoni fortemente ritmati.

Esposto nel modo che si vede nelle foto a lato, rappresenta una figura umana stilizzata, di cui si riconoscono evidentemente le due gambe, ma capovolto - come nella prima foto - rappresenta probabilmente una figura di bovino con le due corna.








Non è possibile definire con certezza la popolazione esatta che ha prodotto questo particolare esemplare ma si può ipotizzare con abbastanza certezza una provenienza dalla regione delle Grasslands e, quindi, forse dai Bangwa o Babanki o qualche altro sottogruppo del ceppo Bamileke o Bamun.
La patina indica una buona antichità ed un lungo uso. La base è stata costruita appositamente dal noto artigiano americano Amyas Naegele. Il pezzo proviene dalla galleria newyorkese di Michael Oliver ed è in seguito stato nella importante collezione di Jean e Noble Endicott. Io l'ho acquistato dalla galleria di Craig De Lora.

Bibliografia:

1) Africa. Arte delle forme.
Marc Ginzberg - Skira, Milano, 2000
2) Kunst in Camerun
Bernhard Gardi - Museum fur Wolkerkunde, Basel, 1994

lunedì 6 aprile 2009

Senufo (e popolazioni limitrofe) - pendenti in bronzo antropomorfi

Questi piccoli pendenti in bronzo provengono principalmente dai Senufo, nota popolazione che abita la zona tra Costa d'Avorio, Mali e Burkina Faso, ma anche - come è stato solo di recente scoperto - da numerose piccole etnie dell'area sudoccidentale del Burkina Faso (Turka, Guin, Tusyan e Karaboro), alcune imparentate con i Senufo stessi (come i Karaboro) e altre di ceppo voltaico.











Di piccole dimensioni, i cinque esemplari che presento in questa occasione variano da 2,5 cm a poco meno di 6 cm, questi oggetti venivano appesi al collo, al braccio o alla cintura con una cordicella di cuoio passante tra le braccia e il busto della figura rappresentata ed erano portati soprattutto da donne e bambini a scopo protettivo. Le figure raffigurate sono spiriti della brousse, geni della foresta da esorcizzare e/o di cui attattivarsi le simpatie.
I primi due dall'alto, di qualità superba, provengono dalla collezione americana di William Kohler e sono passati in asta da Christie's a New York il 20 novembre 1997.
Il terzo, dalle forme molto "ammorbidite" e rese lisce da lunghi anni di uso, proviene dalla collezione Endicott; anche questo, come tutti i precedenti, è di produzione Senufo ed è stato da me acquistato dalla galleria di Craig De Lora.
I due successivi, molto piccoli e sicuramente destinati a bambini, sono molto antichi, probabilmente del 19°secolo e anche questi vengono dalla galleria De Lora.
Quello successivo invece dovrebbe provenire dall'etnia Tusyan ed è stato acquisito dal collezionista ed esperto tedesco Wilfried Glar.
L'ultimo della serie è, forse, Guin e l'ho avuto dal collezionista ed esperto tedesco Klaus-Jochen Kruger.

Bibliografia:
oltre ai testi sugli oggetti in bronzo già segnalati si aggiunge in questo caso
1) Glanzend wie Gold
Till Forster - Museum fur Wolkerkunde, Berlin, 1987
2) Die Kunst der Senufo
Till Forster - Museum Rietberg, Zurich, 1988
3) Soothsayer bronzes of the Senufo
Eric de Kolb - Gallery d'Hautbarr, New York, 1968


domenica 29 marzo 2009

Kulango - pendente in bronzo da divinazione


I Kulango sono una piccola popolazione, imparentata etnicamente e linguisticamente con i Lobi e gli ancor meno numerosi Lorhon, che risiede nella zona nord della Costa d'Avorio, a sud dell'area abitata - appunto - dai Lobi e a sinistra dell'area in cui vivono gli Abron del Ghana (e in alcuni testi, vedi il Blandin, la loro produzione è apparentata, se non direttamente attribuita, per appunto agli Abron).
Tra gli oggetti di questo gruppo etnico - oggi più comunemente considerato a livello di testi di etnoantropologia come Kulango-Lorhon - quelli senza dubbio più più noti sono dei piccoli bronzetti, che raffigurano una figura antropomorfa stilizzata con il viso tipicamente triangolare, il busto inclinato e le gambe piegate al ginocchio, i piedi raffigurati con superfici piatte verticali.
Come in molti altri oggetti analoghi della stessa area geografica, il loro scopo è principalmente legato alla protezione personale di chi porta addosso l' "amuleto" contro le negatività e la sfortuna e, soprattutto, sono utilizzati in occasione dei rituali divinatori.
Questo straordinario esemplare, molto vecchio, eroso e patinato, dalla faccia da insetto mostruoso, proviene dalla collezione di Jean e Noble Endicott e io l'ho acquistato dalla galleria di Craig De Lora (NJ). E' alto appena 3,5 cm. ma la sua "presenza" lo fa apparire in foto molto più grosso, anche se manca in questo caso la superfice triangolare piatta che normalmente identifica i piedi di queste figure.


Bibliografia:
1) Erde und Erz. 2500 Jahre Afrikanische Kunst aus Terracotta und Metall
Karl-Ferdinand Schaedler - Panterra Verlag, Munchen, 1997
2) Bronzes et autres alliages. Afrique de l'Ouest
Andre Blandin - Marignane (FR), 1988
3) Die materialisierte Kultur der Ethnien der Volta-Region
Wilfried Glar - Glar, Bedburg (DE), 2006
4) Cire-perdue. Geheimnis und Faszination des westafrikanischen Gelbgusses
Johannes Glaser - Glaser, (DE), 2005

lunedì 23 marzo 2009

Bamana - serratura antropo-zoomorfa


Tra le popolazioni dell'ex Western Sudan, oggi diviso tra Mali, Costa d'Avorio e Burkina Faso, particolare interesse suscitano le serrature scolpite in legno, utilizzate per chiudere le porte o le finestre di granai o di abitazioni. Le più famose sono quelle dei Dogon e dei Bamana (anche appellati Bambara sui vecchi testi): rappresentano figure antropomorfe o zoomorfe con significati simbolici che esulano dalla semplice "cultura materiale" per arrivare in alcuni casi alla vera e propria arte. Questo bell'esempio è dei Bamana e rappresenta una figura umana molto stilizzata, dotata solo degli arti inferiori in quanto gli arti superiori sono simboleggiati dal chiavistello qui mancante, con la testa caratterizzata dalle orecchie da animale, forse una iena.

L'oggetto si presenta dotato di una patina molto buona, segno di evidente età, e la costruzione della base rivela una origine francese. E' alto 43 cm., base compresa. Io l'ho acquistato dalla galleria statunitense di Craig De Lora e, in precedenza, apparteneva alla collezione Endicott. La sua qualità mi sembra complessivamente molto buona.

Bibliografia:
1) Bamana. The art of existence in Mali
Jean-Paul Colleyn - Museum for African art, New York- Museum Rietberg, Zurich - Snoek-Ducaju & Zoon, Gent; 2001
2) Bamanaya. Un'arte di vivere in Mali
Jean-Paul Colleyn - Catherine De Clippel - Centro Studi Archeologia Africana, Milano, 1998

Questa serratura appartiene ora alla collezione del Museo d'Arte Cinese ed Etnografico di Parma.

giovedì 19 marzo 2009

Mambila - figura di protezione







L'arte che proviene dall'area stilistica situata al confine tra la Nigeria nord orientale e il cameroon nord occidentale vede oggetti, maschere e soprattutto statue, particolarmente potenti nelle risoluzioni volumetriche a volte comparabili con il cubismo e altre volte con l'espressionismo più spinto, anche se è ovvio che queste categorie pensate per l'arte europea siano del tutto insufficienti e comunque inadeguate per descrivere l'alterità di questa produzione artistica. Una delle etnie più conosciute di questa zona sono i Mambila (o Mambilla), famosi soprattutto per le caratteristiche maschere zoomorfe che riproducono, con fattezze in verità assai simili, il corvo e il cane, e per le figure antropormorfe di antenati molto stilizzate, realizzate in legno pieno ma anche nel più tenero midollo.
L'oggetto qui presentato ha l'aspetto di una delle maschere suddette, per la precisione quella con la testa di corvo (il cane ha i denti...), ma non è una vera e propria maschera e le sue dimensioni, meno di 12 cm di lunghezza, lo proclamano chiaramente. Si tratta invece della parte terminale in legno di un oggetto "serpente" utilizzato come strumento di protezione contro attacchi soprannaturali, la cui coda - qui ridotta a pochi centimetri - era composta di un tubo di tessuto imbottito probabilmente da sostanze "magiche".
La colorazione, in pigmenti naturali, riprende il classico cromatismo degli oggetti Mambila: rosso e nero, in questo caso, a cui potrebbe aggiungersi anche il bianco, qui non presente.
Di un pezzo simile della collezione Hecht questo scrivevano nel 2002 su African Arts Roy Sieber e Barry Hecht: "[...] questa scultura potrebbe essere la 'testa' di una figura di protezione. La estesa struttura tubulare sul retro potrebbe essere stata connessa a un lungo tubo di fibre, come illustrato da Nancy Schwartz nel suo catalogo della collezione di Gilbert Schneider di arte Mambila (1972: 31). Queste figure con il loro corpo di stoffa a forma di serpente sono strumenti di protezione e si trovano nell'edificio, che è eretto su pali, adibito a locale di immagazzinamento degli oggetti rituali. Sospeso con cordicelle, lo sventolavano nell'aria. Come la maggior parte dell'arte Mambila è dipinto con i colori rosso, bianco e nero."
L'oggetto attualmente nella mia collezione è stato venduto nei primi anni '90 dal gallerista newyorkese Sulaiman Diane alla Collezione Jean and Noble Endicott e, in seguito, è approdato alla galleria di Craig De Lora (New Jersey) da cui l'ho recentemente acquistato io.
Bibliografia:
1) African art in the Mambila collection of Gilbert D. Schneider
Gilbert D. Schneider - James Yingpeh Tong (photos) - Publ. James Yingpeh Tong, Athens (USA), 1967
2) Mambilla. Art and material culture
Nancy Beth A. Schwartz - Milwaukee public museum / Publications in Primitive art, Milwaukee (USA), 1972
3) Art of Cameroon
Paul Gebauer - Portland art Museum, Portland (USA), 1979
4) Expressions of Cameroon art. The Franklin Collection.
Tamara Northern - Rembrandt press, Los Angeles - Baltimore - Hanover (USA), 1986
5) Eastern Nigerian art from the Toby and Barry Hecht collection
Roy Sieber, Barry Hecht - in African Arts, Spring 2002, UCLA
6) Mambila Figurines and Masquerades: problems of Interpretations
David Zeitlyn - in African Arts, Autumn 1994, UCLA
7) L'age, le pouvoir et la retorique. Le cas des Mambila au Cameroun
David Zeitlyn - in Peuples et cultures de l'Adamaoua (Cameroun), Paris, ORSTOM, 1993
8) Mambila Avatars and the Ancestor Cult: Problems of History and Interpretations
David Zeitlyn - e-book (http://www.era.anthropology.ac.uk/Era_Resources/Era/Ancestors/dzanc.html), University of Kent, 2001/2007
9) Tribal Studies in Northern Nigeria. Vol. 1
Charles K. Meek - London, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co.Ltd., 1931

sabato 21 febbraio 2009

Zaramo - Mwana Hiti "dolls"





In Africa esistono molte etnie che, tra le manifestazioni tradizionali di produzione di oggetti che noi occidentali chiamiamo "arte africana", annoverano statuette comunemente chiamate "bambole", principalmente perché la loro fruizione è indirizzata in primo luogo alle bambine o alle ragazze di sesso femminile.


Come sempre però accade, in Africa, questo tipo di oggetti non sono mai "fini a se stessi" e non sono certo unicamente adibiti a scopi ludici o, come anche in Occidente, solo a scopi sociali, di trasmissione di una identità di ruoli sessuali all'interno della cultura di appartenenza, bensì hanno sempre anche ruoli simbolico-magici. Nella fattispecie, le "dolls" africane hanno spesso, quasi sempre, la funzione di favorire e incentivare la fertilità femminile, soprattutto nei casi in cui questa si faccia attendere anche dopo il matrimonio. Tre sono le tipologie più note di "bamboline": le Akuaba ghanesi degli Akan e dei Fante, le bambole Mossi del Burkina Faso e, appunto, queste "dolls" Zaramo della Tanzania che presentiamo in questa scheda. Come del resto anche le altre tipologie citate, anche queste Zaramo "dolls" si caratterizzano per una accentuata stilizzazione dell'immagine femminile, che al contempo richiama per la verticalità e le forme anche un'immagine fallica, costituita da un semplice tronco conico sormontato da una caratteristica cresta-capigliatura bilobata. Vera e propria sintesi di femminile e di maschile, le bambole Zaramo appartengono all'iconografia più conosciuta delle arti africane e sono tra le tipologie più note delle etnie dell'Est Africa, area valorizzata solo in epoca relativamente recente in ambito collezionistico e storico-artistico.



Questi due esemplari sono di ottima qualità, nel loro specifico ambito, e possono vantare un pedigree più che buono.


La prima, alta 20 cm., proviene dalla galleria di Craig De Lora (USA) e prima ancora dalla Jean and Noble Endicott collection; è stata pubblicata nel volume To cure and protect: sickness and health in African art di Frank Herreman (The Museum for African Art, New York, 1999) a pagina 48.


La seconda, alta solo 10 cm., viene da un'altra prestigiosa collezione statunitense, quella di John e Nicole Dintenfass di NYC, ed è impreziosita da una minutissima collanina di beads rosa, quasi microscopiche; come la prima, anche questa è stata acquistata via web da Craig De Lora tribal arts (NJ - USA).

Bibliografia

sulle "dolls":

1) Isn't s/he a doll? Play and ritual in african sculpture

Elisabeth L. Cameron, Doran Ross - UCLA, Los Angeles, 1996

2) African dolls for play and magic

Esther A. Dagan - Galerie Amrad African Arts, Montreal, 1990

3) Ritual oder Spiel? Puppen aus Afrika und Ägypten

AA. VV. - Exh. cat. Berlin- München, 2004

sugli Zaramo:

1) Mwana Hiti. Life and art of the matrilinear Bantu of Tanzania

Marc L. Felix - Fred Jahn, München, 1990

2) Tanzania

Marc L. Felix, Maria Kecskési - Kunstbau Lenbachhouse, München, 1994

3) Ostafrikanische Plastik

Kurt Krieger - SMPK, Berlin, 1990

4) Masks and Figures from Eastern and Southern Africa

Ladislav Holy - Paul Hamlyn, London, 1967

5) Glaube Kult und Geisterwelt

Ralf Schulte - Bahrenberg - Edition Phaistos, Steinheim, 2007